Centro Studi Crispi

 

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Per una democrazia monocamerale di stampo federale: l’esempio britannico

Mantenere solamente la Camera dei deputati e mandare in soffitta per sempre il Senato in un prossimo futuro del nostro Paese? Difficile ma non impossibile. Trasformare la democrazia parlamentare da sistema bicamerale a monocamerale, concentrare su una sola Camera tutta la funzione legislativa potrebbe essere un’alternativa valida al dossier del Senato Federale proposto dal Centrodestra e dalla Camera delle autonomie del centrosinistra. La transizione al modello monocamerale deve essere accompagnata da una totale revisione della nostra carta costituzionale in cui vengono abrogati gli articoli che stabiliscono le funzioni del Senato della Repubblica, eliminati i commi degli articoli che stabiliscono le funzionalità del Senato. Compiuti questi passi la Camera deve dare le possibilità di rappresentanza di tutte le forze politiche presenti sul territorio e proteggere le minoranze linguistiche. Il sistema comprendente una sola camera legislativa può essere anche di carattere Federale. Per creare una democrazia parlamentare monocamerale di stampo Federale è importante che la suddetta Camera si fondi su un criterio di rappresentatività egualitario delle entità federali. Attualmente molti esponenti sono critici sul monocameralismo poiché dichiarano che si venga a creare un accentramento di poteri che potrebbe rompere il bilanciamento di poteri che il bicameralismo paritario ci dà nell’Iter legislativo. Nell’apportare le modifiche costituzionali al sistema parlamentare l’istituzione di una sola camera può creare i presupposti per una stabilità dell’esecutivo e rafforzare il Governo per garantire una stabilità a lungo periodo.

Il Modello Parlamentare Britannico

Il Sistema parlamentare della Gran Bretagna si è sviluppato nei secoli arrivando ad essere il principale modello di democrazia parlamentare per molti paesi del Globo. Il ruolo del Parlamento è centrale nella vita politica del paese. Nonostante sia composta da due camere denominate Camera dei Comuni (House of Commons) e dalla Camera dei Lord (House of Lords) solamente la Camera dei Comuni mantiene il potere legislativo e di controllo sul Gabinetto. Nei casi in cui si devono discutere leggi di materia costituzionale entra in funzione un bicameralismo perfetto in cui tutte le due camere devono dare il loro consenso. Il Caso della Brexit è stato il principale ostacolo alla strategia della May che voleva evitare in tutti i modi l’iter parlamentare. Di diverso avviso è stata la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito che ha voluto ribadire che la questione della Brexit è di competenza di Westminster. Il Sistema Parlamentare Britannico predilige la stabilità politica grazie a un sistema elettorale maggioritario, l’accentramento del potere esecutivo in governi monopartitici a maggioranza “stentata”, un sistema bipartitico, il predominio dell’esecutivo, un parlamento unicamerale, un sistema di governo unitario e centralizzato, la flessibilità costituzionale, l’assenza di revisione giurisdizionale, una banca centrale controllata dall’esecutivo. Tra questi elementi esiste una stretta correlazione. Un sistema bipartitico non esclude chiaramente la presenza di altre formazioni partitiche, ma rende di fatto marginale l’influenza degli altri partiti e il peso che questi riescono ad avere in parlamento e nelle dinamiche politiche nazionali. La solida e coesa maggioranza di cui gode il governo in parlamento gli permette di essere stabile e di veder approvate le proprie proposte legislative.

Il Sistema Istituzionale Britannico

Dal punto di vista istituzionale il parlamento è bicamerale, ma caratterizzato da un bicameralismo talmente Unificato che si può parlare di quasi-unicameralismo: le due camere hanno differenti prerogative e composizione e il processo legislativo è concentrato solo in una delle due. Il governo britannico resta tendenzialmente centralizzato e unitario, anche se ha smorzato i suoi tratti caratteristici con la creazione delle amministrazioni nazionali decentrate (c.d deregulation) di Irlanda del Nord, Scozia e Galles. Altri elementi del modello sono una Costituzione flessibile e sopratutto non scritta, la mancanza di un controllo in materia di costituzionalità sulle leggi proposte dal parlamento e una banca centrale controllata dall’esecutivo.

Per una democrazia monocamerale di Stampo Federale
Mantenere solamente la Camera dei deputati e mandare in soffitta per sempre il Senato in un prossimo futuro del Nostro Paese? Difficile ma non impossibile. Trasformare la democrazia parlamentare da sistema bicamerale a monocamerale,concentrare su una sola Camera tutta la funzione legislativa potrebbe essere un alternativa valida al dossier del Senato Federale proposto dal Centrodestra e dalla Camera delle autonomie del centrosinistra. La transizione al modello monocamerale deve essere accompagnata da una totale revisione della nostra carta costituzionale in cui vengono abrogati gli articoli che stabiliscono le funzioni del Senato della Repubblica,eliminati i commi degli articoli che stabiliscono le funzionalità del Senato. Compiuti questi passi La Camera deve dare le possibilità di rappresentanza di tutte le forze politiche presenti sul territorio e proteggere le minoranze linguistiche. Il sistema comprendente una sola camera legislativa può essere anche di carattere Federale. Per creare una democrazia parlamentare monocamerale di stampo Federale è importante che la suddetta Camera si fondi su un criterio di rappresentatività egualitario delle entità federali. Attualmente molti esponenti sono critici sul monocameralismo poiché dichiarano che si venga a creare un accentramento di poteri che potrebbe rompere il bilanciamento di poteri che il bicameralismo paritario ci da nell’Iter legislativo. Nel apportare le modifiche costituzionali al sistema parlamentare l’istituzione di una sola camera può creare i presupposti per una stabilità dell’esecutivo e rafforzare il Governo per garantire una stabilità a lungo periodo.

 

 

 

 

IL GOVERNO CRISPI

Con la morte di Depretis , avvenuta nel 1887, il Re Umberto I (1878-1900) affidò il governo a Francesco Crispi Nazionalista e convinto monarchico ; antisocialista ed ex mazziniano Crispi promosse una politica autoritaria e accentratrice in cui si coalizzarono Industriali , banche e membri del Regio Esercito interessati al suo programma coloniale .

Nei primi 6 anni del suo governo (1887-1892) attuò una riforma istituzionale con cui rafforzò i poteri del governo e subordinò le prefetture al controllo governativo .

Attuò una riforma degli enti locali in cui introdusse l’elezione diretta dei sindaci

nei comuni superiori ai 10.000 abitanti . Il governo Crispino promulgò un nuovo codice penale nel 1889 abolendo la pena di morte e limitando ( ma riconoscendo) il diritto di sciopero.

Crispi ,ammiratore di Bismarck, mise in atto una politica repressiva contro le forze politiche cattoliche e dell’estrema sinistra conferendo maggiori poteri alle forze dell’ordine rendendoli autonomi dalla magistratura , vietò la propaganda socialista e anarchica, introducendo il reato di incitamento all’odio di classe .

Crispi sciolse il partito socialista , inasprì la repressione anti-anarchica e riprese con un successo significativo : il 2 maggio 1889 l’Italia e il negus (Imperatore) etiopico Menelik II firmarono il trattato di Uccialli in cui Menelik riconobbe il dominio Italiano in Eritrea.

In seguito il Regno D’Italia inizia la conquista della Somalia, che diventerà colonia solamente nel 1905.

Il Trattato aveva delle incomprensioni di traduzione poiché l’Italia considerava

l’Etiopia un protettorato mentre il Negus lo vedeva come un rapporto di amicizia.

Con le dimissioni di Crispi nel 1891 , Giolitti venne nominato capo del Governo.

Il governo Giolittiano fu caratterizzato dalla ricerca di equilibrio e di compromesso tra le forze politiche , ma con la protesta dei Fasci Siciliani e lo scoppio dello scandalo della Banca Romana Giolitti e costretto a dare le dimissioni e viene richiamato Crispi il 15 dicembre 1893.

Subito dopo la nomina il nuovo governo Crispino proclama lo Stato d’Assedio in Sicilia e invia un contingente di circa 50.000 uomini e reprime con brutalità i Fasci Siciliani limitando la libertà di stampa , di parola e d’associazione .

La Repressione compiuta in Sicilia rafforza l’estrema sinistra in tutto il paese .

Crispi riprese con vigore la politica coloniale nel corno D’Africa dove le truppe Italiane sconfiggono ,al confine tra Sudan ed Eritrea, i ribelli mahdisti del Sudan e avanzano nella regione del Tigre .

Nel 1895 i rapporti diplomatici tra Italia ed Etiopia si rompono definitivamente e le Truppe del Regio Esercito invadono il Paese.

Il 1° Marzo del 1896 ,17.500 uomini delle Regio truppe coloniali vengono sconfitte ad Adua. Dopo la sconfitta di Adua Crispi rassegna le dimissioni e si conclude la sua Carriera Politica e la Politica Coloniale Italiana.

 

Francesco_Crispi_1893

Francesco Crispi nasce a Ribera (Agrigento) il 4 ottobre 1818. I suoi genitori sono Tommaso Crispi, un commerciante di granaglie che ha anche ricoperto la carica di sindaco di Ribera per due volte, e Giuseppina Genova. Francesco, alla nascita, viene battezzato con rito greco secondo le tradizioni della Santa Chiesa Orientale, perché per linea paterna discende da una famiglia di origine albanese; il nonno paterno, infatti, è un prete della Chiesa cattolica italo-greca, mentre lo zio Giuseppe è un vescovo e rettore di un seminario greco-albanese.

Francesco trascorre un’infanzia serena in Sicilia, a Ribera, con i suoi genitori. E’ un bambino gioviale, che socializza con i suoi coetanei con cui si diverte in giro per il Paese. Frequenta la scuola elementare di Villafranca Sicula e nel periodo compreso tra il 1828 e il 1835 studia presso il seminario greco-albanese, dove per un certo periodo ha lavorato anche lo zio Giuseppe. Due anni dopo, senza dire nulla alla sua famiglia, si unisce in matrimonio con Rosa D’Angelo da cui ha due figli.

Pochi anni dopo un evento drammatico colpisce profondamente Crispi, infatti, muoiono i sue due figli e la moglie. In seguito a questo tragico episodio, si iscrive presso l’Università di Palermo, dove si dedica allo studio delle materie giuridiche. Di lì a poco fonda anche un giornale che lui stesso dirige, “L’Oreteo. Nuovo giornale di utili conoscenze e letteratura”. Nel 1843 ottiene la laurea in giurisprudenza e, potendo esercitare la professione di avvocato, si trasferisce nella città di Napoli. In occasione dei moti insurrezionali scoppiati nella città di Palermo, cinque anni dopo torna in Sicilia e combatte accanto agli insorti che vogliono ottenere l’indipendenza. Gli insorti riescono ad avere la meglio, ottenendo la vittoria.

In questa circostanza Crispi entra a far parte del Parlamento siciliano e del nuovo governo provvisorio. Il 15 maggio 1849 però il governo provvisorio crolla, poiché viene restaurato il governo borbonico. Non ottiene l’amnistia, per cui è costretto a lasciare la Sicilia per rifugiarsi in Piemonte, dove per guadagnarsi da vivere lavora come giornalista. Quattro anni dopo è costretto a lasciare anche il Piemonte, poiché è coinvolto nella cospirazione organizzata da Mazzini e i suoi uomini a Milano. Trova riparo a Malta, dove sposa Rosalia Montmasson e in un secondo momento a Parigi, da cui però viene nuovamente espulso.

In quest’occasione fugge a Londra, dove lo accoglie Giuseppe Mazzini. Qui continua a lottare per un’ Italia unita. Presto torna in Italia, dove si batte ancora per il grande sogno nazionale. Viaggia in incognito in Sicilia con l’obiettivo di preparare l’insurrezione siciliana del 1860. Insieme a Garibaldi e ai suoi uomini, prende parte alla spedizione dei Mille iniziata il 5 maggio dello stesso anno con lo sbarco di Marsala, in Sicilia. Finalmente la Sicilia è libera e Garibaldi ha il controllo dell’isola. Crispi diventa il Ministro degli Interni del governo provvisorio siciliano per poco tempo a causa delle incomprensioni tra Garibaldi e gli uomini di Cavour.

Presto diventa il segretario di Garibaldi e dopo aver contribuito alla realizzazione del suo grande sogno, l’Unità nazionale, nel 1861 entra a far parte del nascente Parlamento italiano. Milita all’interno del Partito Repubblicano, schierandosi apertamente nella sinistra estrema. Tre anni dopo invece appoggia la corrente monarchica, affermando che la forma di governo monarchica unisce l’Italia, mentre la forma repubblicana la divide.

Nel 1866 rifiuta la proposta fattagli da Bettino Ricasoli, ovvero di entrare a far parte del suo governo e l’anno successivo cerca di far si che i garibaldini non invadano lo Stato pontificio. In quegli anni cerca in tutti i modi di intervenire per cercare di frenare un’eventuale alleanza tra l’Italia e la Francia, che all’inizio degli anni Settanta del 1800 è coinvolta nella guerra contro la Prussia. Inoltre è favorevole allo spostamento del governo Lanza nella città di Roma. Nel 1873 appoggia la candidatura di Agostino De Pretis come Presidente del Consiglio italiano. Tre anni dopo, essendo salita la sinistra al governo, diventa Presidente della Camera. Ricoprendo quest’importante carica politica, viaggia tanto tra Parigi, Londra e Berlino, dove instaura rapporti cordiali con Bismarck, Granville, Gladstone e altri grandi statisti.

Nel dicembre 1877 viene eletto Presidente del Consiglio, dovendo assistere a tutta una serie di eventi che si susseguiranno in Italia. Nel mese di gennaio dell’anno successivo muore il re Vittorio Emanuele II, a cui succederà Umberto. Sotto il suo regno, Crispi guida il governo italiano in nome di una monarchia unita, perché il re Umberto si fa proclamare re con il nome Umberto I re d’Italia e non con il nome Umberto IV di Savoia.

Il rapporto con la moglie Rosalia Montmasson diventa burrascoso e presto riesce ad ottenere l’annullamento del matrimonio che è stato celebrato a Malta. Nello stesso anno sposa Lina Barbagallo, donna nobile facente parte della dinastia borbonica, da cui ha avuto anni prima anche una figlia.

L’opposizione lo accusa di bigamia, poiché sposato sia a Malta sia in Italia. Dopo settanta giorni di governo, Crispi deve rassegnare le sue dimissioni.

Dopo nove anni riesce ad affermarsi nuovamente in ambito politico, essendo nominato Ministro degli Interni del governo DePretis. Nel 1889 sostituisce quest’ultimo alla guida del governo. Molto intensa è la politica estera che viene portata avanti sotto il suo governo. In primo luogo, dopo essersi recato in Prussia per avere dei chiarimenti da Biamarck sul funzionamento della Triplice Alleanza a cui l’Italia ha preso parte insieme ad Austria e Prussia, rafforza i rapporti con il Paese tedesco. Successivamente rafforza i rapporti con l’Inghilterra, già buoni da tempo in seguito al raggiungimento di un trattato navale tra i due Paesi anni prima. Invece si raffreddano i rapporti con la Francia, poiché risultano essere improduttivi i negoziati per il raggiungimento di un trattato commerciale tra i due Paesi.

In merito alla politica interna italiana, il governo Crispi adotta una serie di importanti provvedimenti, tra cui si ricordano la riforma tesa a cambiare l’amministrazione della giustizia italiana, l’elaborazione del Codice sanitario e del Codice commerciale. Fino alla caduta del suo governo, avvenuta il 31 gennaio 1891, riesce a guidare il Paese con l’aiuto della Destra, non potendo avere più l’appoggio del Partito Radicale italiano. Dopo la caduta del governo Crispi e la breve parentesi del governo liberal-conservatore di Di Rudinì, l’Italia è guidata da Giovanni Giolitti, esponente del gruppo politico crispino.

Il governo guidato da Giolitti dura poco, poiché questi non riesce a ristabilire l’ordine pubblico in seguito ai disordini iniziati in Sicilia e in Lunigiana e perché chiamato in causa in occasione dello scandalo della Banca Romana. L’opinione pubblica italiana vuole nuovamente Crispi alla guida del Paese. Il suo secondo governo è molto conservatore e autoritario, poiché ordina di reprimere con la forza i sommovimenti operai, di sciogliere il Partito Socialista dei lavoratori Italiani. Garantisce lo sviluppo del settore industriale italiano, sostenendo in particolar modo il settore siderurgico e quello metallurgico. Nel 1895 ottiene la maggioranza in occasione delle elezioni. L’anno successivo, dopo la sconfitta riportata dall’esercito italiano nella battaglia di Adua, Crispi rassegna le dimissioni.

Nonostante ciò continua la sua carriera politica e viene eletto nel collegio di Palermo, avendo un grande sostegno popolare. A causa delle sue precarie condizioni di salute, Francesco Crispi muore il 12 agosto 1901, all’età di 83 anni.

L’ETÀ GIOLITTIANA 1903-1914

L’Italia dei primi anni del 900 usciva da una instabilità politica che si concluse il 29 luglio del 1900 quando l’anarchico Gaetano Bresci assassinò il re d’Italia per vendicare i cittadini milanesi uccisi a Milano nel 1898.

Il nuovo re Vittorio Emanuele III , dal 1900 fino al 1903 , nominò Zanardelli primo ministro dandogli il compito di ridare stabilità politica e sociale al paese di risanare l’economia Italiana devastata dagli alti costi derivati dalla politica coloniale in Africa Orientale del Governo Crispi che si era conclusa nel 1896 con la sconfitta Italiana ad Adua.

Nel 1903 il Re chiamò a formare il nuovo esecutivo ,l’ultimo statista dell’Italia preguerra 1915-1918 : Giovanni Giolitti

Dal 1903,fino al marzo del 1914 , Giolitti si era prefissato il compito di migliorare sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista internazionale.

La Politica Giolittiana ,antecedente al 1911 , si era concentrata nel tentativo di dare all’Italia una forte stabilità economica ed una forte crescita del apparato economico Nazionale favorendo il settore industriale Italiano presente in forza nel nord Italia nel cosiddetto “Triangolo Industriale” Torino-Genova-Milano .

La maggioranza parlamentare di Giolitti era composta non solo dalla corrente liberale ma appoggiata sia dai socialisti “Riformisti” di Filippo Turati sia dalla corrente Cattolica .

Per consolidare la posizione del suo esecutivo e la maggioranza parlamentare , fece approvare un pacchetto di leggi in favore della classe operaia tra cui la legalizzazione del lavoro minorile per i 16enni e stabilì le 12 ore lavorative.

Con questi provvedimenti Giolitti consolidò l’alleanza parlamentare con Turati, che gli chiese addirittura di entrare a far parte del governo.

Il leader socialista dovette declinare l’offerta di Giolitti per non inimicarsi la fazione interna dei socialisti massimalisti che non accettavano accordi con la fazione liberale .

La Politica economica del Governo Giolittiano si caratterizzò per due importanti provvedimenti presi dallo stesso Giolitti : la Nazionalizzazione delle ferrovie e della rete telefonica fissa del paese, l’introduzione di politiche economiche protezioniste per favorire il settore agricolo e il comparto Industriale Italiano .

Giolitti ,tra il 1910 e il 1911 , pianificò la ripresa di una politica estera e coloniale .

L’Italia ,dopo la battaglia di Adua del 1896 , aveva partecipato nel 1900 alla repressione della rivolta dei Boxer ,scoppiata in Cina , inviando un contingente militare al fianco delle altre potenze europee , Stati Uniti e Giappone con il compito di proteggere gli occidentali presenti nelle città dell’Impero Cinese.

L’Italia “Giolittiana” , membro della Triplice Alleanza insieme alla Germania e all’Impero Austro-Ungarico , iniziò un riavvicinamento a Londra e alla Francia.

Alla fine del 1911 il Governo Italiano progettò l’Invasione della Libia , soggetta al controllo del fragile Impero Ottomano.

L’Impero “Turco” attraversava un grave periodo di instabilità politica ed non aveva le risorse necessarie per garantire la protezione della Libia e dei suoi territori come la Libia.

Giolitti intanto attuò un’atteggiamento prudente per l’impresa militare e l’opinione pubblica si era divisa .

Se i socialisti si dichiaravano ferrei oppositori all’Impresa coloniale in libia , al contrario i nazionalisti, i grandi gruppi industriali e membri delle Forze armate iniziarono a fare pressione sul governo per convincerlo ad accettare l’entrata in guerra contro la Turchia Ottomana e invadere la Libia che era l’unico territorio nordafricano ancora non colonizzato.

Alla fine Giolitti , per accontentare i Nazionalisti e gli Industriali , dichiarò guerra all’Impero Ottomano nel settembre del 1911 e iniziò l’invasione della Libia.

Dai 35.000 uomini iniziali del corpo di spedizione il regio esercito fu costretto a impegnarne oltre 100.000 e acquisì rapidamente le zone costiere con le città di Tripoli , Tobruk e Bengasi trovando una forte resistenza delle truppe ottomane presenti nel territorio Libico .

La Regia Marina , che ottenne importanti successi , riuscì a sconfiggere la marina ottomana , bombardò gli stretti e attuò un blocco navale difronte alle coste turche arrivando ad occupare le isole del Dodecanneso e Rodi minacciando il cuore dell’Impero Ottomano.

L’Impero Ottomano , che era stato attaccato nel 1912 dagli stati balcanici riuniti nella Lega Balcanica , fu costretto a chiedere la resa a “Roma”, e dopo la firma del trattato di Ouchy del 18 ottobre 1912 consegnò la Libia , Rodi e le isole del Dodecanneso al Regno D’Italia.

Dal 1911 al marzo del 1914 la politica di Giolitti si concentrò principalmente si tre fronti: l’introduzione dell’Istruzione dell’Obbligo , del Suffragio Universale Maschile e l’alleanza con il fronte cattolico .

Con l’allargamento dell’Istruzione il governo attuò una strategia a doppio taglio , poiché se per le regioni del l’Italia meridionale dette esito negativo poiché toglieva i figli dei contadini dai campi , al contrario ebbe esito negativo poiché diminuì l’analfabetismo ancora presente nel paese.

Nel 1913 si svolgono le elezioni e Giolitti , per rafforzare il suo esecutivo , introduce il suffragio universale maschile e stringe una forte alleanza con la fazione cattolica conclusosi con la firma del “Patto Gentiloni ” .

Nonostante il successo elettorale Giolitti non riesce ad ottenere la maggioranza alla Camera dei Deputati del Regno e ,dopo un’anno dalle elezioni , annuncia le sue dimissioni nel marzo del 1914 cinque mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale .

L’età Giolittiana si caratterizzò per due politiche differenti. Se per il Nord Giolitti si dimostrava progressista , al contrario dimostrava posizioni conservatrici per l’Italia meridionale .

Per questo venne soprannominato “l’uomo a due facce” , “Giano” e il ministro della Malavita.

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